Coronavirus: perchè differenze così grandi nella mortalità da Stato a Stato e da regione a regione?

Errata: nell’articolo e nel titolo utilizzo in modo scorretto il termine “mortalità”. Avrei dovuto usare il termine “letalità”, che è la percentuale dei decessi rispetto al totale delle sole persone infette. La mortalità si calcola invece sul totale della popolazione.

E’ ormai chiaro a tutti che è molto difficile capire qualcosa sul coronavirus, la sua diffusione e la sua mortalità. Guardando i dati ufficiali pubblicati dai diversi Stati si notano infatti diferenze gigantesche, come ad esempio nel caso della mortalità.

Consideriamo come esempio il caso della Corea del Sud, ove l’epidemia è esplosa più o meno contemporaneamente all’Italia: in Corea abbiamo oggi che i decessi sono l’1% dei casi totali, mentre in Italia sono il 9%, quasi dieci volte tanto! Alcuni ritengono che questa differenza sia talmente grande da essere spiegabile solo dal fatto che il virus italiano sia più letale di quello coreano, ma in realtà ci sono notevolissime differenze anche a livello regionale: ad esempio, in Veneto, i decessi sono il 3% dei casi totali mentre in Emilia sono quasi l’11%.

In realtà, esistono moltissimi fattori che influenzano il dato della mortalità: ad esempio, l’età media della popolazione, le condizioni climatiche, l’efficienza del sistema sanitario etc. Esistono quindi molte spiegazioni possibili di queste differenze: però c’è un fattore sul quale vale la pena soffermarsi, perchè da solo può spiegare differenze anche molto grandi. E’ il criterio con cui ciascuno Stato (o regione) fa i test per scoprire chi è contagiato dal virus..
Per non scrivere un poema infinito, in questo post mi limiterò quindi a mostrarvi come diversi protocolli di test possano portare a risultati completamente differenti.

Provo a spiegarmi con un esempio. Immaginiamo due Stati (o anche due regioni italiane)
con due strategie di test differenti; la prima è “tanti tamponi”, la seconda “pochi tamponi”.

Lo Stato “tanti tamponi” sin dall’inizio del contagio testa i familiari e il maggior numero possibile di contatti dei primi contagiati, anche se asintomatici. Sappiamo che il virus contagia le persone in modo piuttosto indipendente dall’età (sono gli effetti, che sono diversi!): quindi, la regione “tanti tamponi” troverà un buon numero di contagiati, e la loro età sarà distribuita in modo (più o meno) casuale, dai giovani agli anziani.
Quindi, se fai il test anche agli asintomatici, mediamente dovresti aspetterti di trovare un 80% di contagiati asintomatici o lievi (come da letteratura) e un 20% di seri e gravi. In questo caso è facile avere un buon numero di guariti rapidamente e una percentuale di decessi più bassa, perchè i tanti asintomatici guariscono (si negativizzano) facilmente.

Lo Stato “pochi tamponi” lavora invece in un altro modo. Se una persona riporta al medico di avere dei sintomi, il medico la mette in isolamento domiciliare senza prescrivere il tampone e si aggiorna sul progredire dei sintomi. Se la persona guarisce, caso chiuso e il test non viene proprio fatto. Se invece di migliorare peggiora, gli si fa il tampone: ma il tampone non viene poi esteso a familiari o contatti, si fa solo ai sintomatici.

Queste due diverse strategie portano ad un buon numero di differenze, ma la principale è questa: nello Stato “pochi tamponi” non solo si scoprono molti meno casi, ma si introduce un bias: ovvero, a non essere scoperto è proprio l’80% di casi asintomatici o lievi. Questi hanno contratto il virus e sono guariti, ma non rientrano nella statistica perchè non sono stati testati. Quindi, tra i contagiati ufficiali c’è una grande maggioranza di casi seri/gravi, ovvero quelli che è più probabile che finiscano con un decesso. Quindi, lo stato “pochi tamponi” avrà una percentuale più alta di decessi, semplicemente perchè il suo metodo di ricerca dei contagiati individua solo i casi più gravi.

Per essere quantitativi: se abbiamo 100 contagiati, di cui 80 lievi e 20 gravi, di cui uno muore, lo Stato ideale “tamponi a tutti” trova tutti e 100 i contagiati e quindi riporterà una mortalità di 1 su 100. Lo stato ideale “pochi tamponi” troverà invece solo 20 contagiati, quelli più gravi, e quindi riporterà una mortalità di 1 su 20, ovvero di 5 su 100: cinque volte tanto!

Nel caso reale, sappiamo che per quanto riguarda Corea e Italia i criteri dei tamponi sono effettivamente stati molto diversi: Corea “tampone a tappeto”, Italia “tampone solo ai sintomatici”, quindi gran parte della differenza di mortalità può essere spiegata in questo modo. Peraltro, si possono anche spiegare parte delle differenze tra le regioni italiane. Se guardiamo a ciò che succedeva fino a due settimane fa (per tener conto del tempo tra contagio ed eventuale decesso) il Veneto faceva quotidianamente il quadruplo dei tamponi dell’Emilia, anche se aveva solo la metà dei casi emiliani.

Nel caso specifico coreano, c’è un altro fattore che spiega una mortalità bassa: i primi contagi coreani sono avvenuti in occasione di un grande raduno (un funerale durato due giorni) di una Chiesa coreana composta in massima parte da giovani studenti, e questo ha fatto sì che in Corea ci sia un quantitativo anomalo di contagiati tra i 20 e i 29 anni, come si può chiaramente vedere in questa figura aggiornata ad oggi (fonte).. Dato che la mortalità dipende fortemente dall’età, questa quota sproporzionata di giovani va ad aumentare il numero dei contagiati ma non quello dei decessi, abbassando artificialmente (di circa il 20%) la mortalità totale.

Screenshot_2020-03-22 South Korea coronavirus cases by age 2020 Statista


Questa ultima osservazione mostra che il fattore tamponi da solo non basta a spiegare tutte le differenze riportate dai diversi Stati, e che bisogna andare a vedere i dettagli.
Ad esempio, la Germania fa caso a sè, con una mortalità tre volte inferiore a quella già bassissima dei coreani: ma questo probabimente è dovuto in buona parte al fatto che il sistema sanitario tedesco cataloga i deceduti da coronavirus in modo estremamente restrittivo. In Germania vale il principio per cui puoi imputare il decesso ad una sola causa (pagina 27, ma è in tedesco).  Se hai il diabete, anche se muori a causa di una polmonite da coronavirus il decesso è classificato come dovuto a diabete e quindi non figura nelle statistiche.

Insomma, il messaggio è che se riuscite a tenere conto di tutti i fattori importanti (anche la data di inizio dell’epidemia gioca un ruolo importante) alla fine gran parte delle differenze di mortalità si smussano e si vede come i dati diventino molto più simili.

Quindi, quando vedete differenze molto grandi, non pensate subito ad un complotto o a ceppi di virus diversi nazione per nazione: i fattori da considerare sono molti, e solo uno studio attento e dettagliato può farci capire come mai Stati e regioni sembrano avere situazioni così differenti.

Se avete domande o dubbi su questo tema delle differenze tra Stati e regioni, postatele nei commenti: vedrò se riesco a capirci qualcosa, e in caso positivo proverò a discuterne con voi. Nel frattempo, buona quarantena a tutti.

Informazioni su Alessandro Ferretti

Ricercatore all'Università di Torino, dipartimento di Fisica. Leggo molto, e per compensare ogni tanto scrivo.
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3 risposte a Coronavirus: perchè differenze così grandi nella mortalità da Stato a Stato e da regione a regione?

  1. Alessia ha detto:

    In che modo questo concetto può rispondere a chi sostiene che “nei primi 3 mesi del 2020 i morti per coronavirus sono di numero pari a quelli di influenza dal 2016 al 2019 e quindi il covid è solo un modo per imporre una dittatura sanitaria ed economica”?

    "Mi piace"

  2. Pingback: “Chi rinuncia alla libertà per la sicurezza…” – Hic Rhodus

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